Vision Board: 3 passi per crearla

Conosci la Vision Board? Si tratta di un collage di immagini che rappresenta gli obiettivi e i sogni che vorresti realizzare in futuro. Il periodo ideale per realizzarla è proprio la fine dell’anno o in prossimità del tuo compleanno per prepararti all’anno nuovo e manifestare l’intenzione chiara di realizzare nella tua vita ciò che davvero vuoi. Come funziona la vision board Perché la Vision Board è uno strumento efficace per realizzare i nostri sogni? La nostra mente funziona per immagini e la Vision Board utilizza proprio questa capacità per far sì che essa si diriga verso gli obiettivi che noi desideriamo. Vedere ogni giorno l’immagine di un obiettivo che vogliamo raggiungere, unita a un piano d’azione per arrivarci, accelera le possibilità di manifestare quello che desideriamo. Come fare a creare la tua Vision Board? 1. Gli obiettivi Questo primo passo è fondamentale. Infatti se non abbiamo ben chiara la direzione verso cui tendere, ogni sforzo per arrivarci non sarà abbastanza potente per manifestarsi. Prova a focalizzarti sulle differenti aree della tua vita e, attraverso un momento di raccoglimento o di meditazione, visualizza ciò vorresti in quella determinata area. 2. Le immagini A questo punto, dopo che avrai delineato più chiaramente quali sono i tuoi obiettivi, arriva il momento più magico e divertente della creazione della tua Vision Board: la ricerca delle immagini. Puoi cercarle sul web, su Pinterest, sul tuo magazine preferito; lascia spazio alla tua creatività e al tuo istinto. Non fermarti alla prima immagine che troverai, cerca davvero quella che si avvicina maggiormente al tuo obiettivo. Puoi anche inserire parole o frasi nella tua Vision Board, ma ti consiglio di metterne davvero poche e solo se estremamente significative. Per la tua mente un’immagine vale più di mille parole. Affinché la Vision Board rispecchi davvero te stess* e la tua vita, ti consiglio anche di inserire, magari al centro, una tua immagine per ricordarti che al centro della tua visione ci sei tu e la tua manifestazione. 3. Il Collage Dopo aver selezionato immagini, foto e, eventualmente, parole, è arrivato il momento di creare materialmente il tuo collage. Puoi prendere un cartoncino della grandezza che preferisci e puoi fare delle prove per posizionare le foto nel modo che ti piace di più. Prenditi del tempo per fare questa operazione e rendi magica l’atmosfera di questo rituale. La fase finale Infine, dopo che avrai realizzato la tua Vision Board esattamente come ti piace per manifestare ciò che davvero desideri, ti consiglio di appenderla in un luogo dove potrai guardarla ogni giorno. Puoi decidere di appenderla di fronte al letto per vederla ogni mattina o sopra la scrivania su cui lavori. Scegli tu qual è la posizione migliore per la tua Vision Board, ma assicurati di dedicare qualche minuto ogni giorno a osservarla, a percepire le sensazioni che proverai quando raggiungerai ciò che desideri e a svolgere una piccola azione ogni giorno per andare verso la tua direzione. Se ti è piaciuto questo articolo, forse potrebbe interessarti anche quello sul Focusing. Come probabilmente avrai notato, costruire una Vision Board efficace e vera è una pratica trasformativa e potente, ma anche complessa. È consigliato, soprattutto all’inizio, costruirla con una guida che possa fornirti il supporto necessario per far emergere i bisogni veramente importanti per te, separandoli dai desideri acquisiti (da famiglia, società, etc). Organizzo corsi di gruppo e percorsi individuali per la creazione della Vision Board, che ritengo uno strumento potentissimo ed efficace per la realizzazione personale. Se sei interessat* a saperne di più, puoi scrivermi qui: info@chiaradeservi.com per fissare un incontro conoscitivo di 30 minuti, senza impegno, per capire i tuoi bisogni e spiegarti come funziona il percorso. Ti aspetto, Maria Se hai tanti desideri e ti senti confusa sulla direzione da prendere, il potere evocativo delle immagini ti riporta ai tuoi bisogni veri ed autentici, quelli del cuore. ☆ ☆ ☆ ☆ ☆ Ho partecipato al percorso per creare la vision board con Chiara ed è stato per me una rivelazione: impegno e creatività, in un continuo riportare a casa parti di me che tendevano a scappare o disperdersi nella routine del quotidiano 🙏. Ho una chiara visione del PRIMA: Un obiettivo e poche probabilità di realizzarlo, a causa di pensieri disfunzionale/afflittivi, poca fiducia nelle mie risorse e nella capacità della vita di sostenermi. ADESSO… Grazie al lavoro di focalizzazione nel quale Chiara mi ha accompagnato in modo dolce e deciso, alla gratitudine verso me stessa per essermi presa il tempo e il coraggio di sognare, ho imparato a tenere il focus sui miei reali bisogni, al di là delle circostanze esterne, ad ascoltarli e discernere… Cosa tenere e cosa no. La cosa più difficile per me è stata mantenere la Costanza e non cedere ai pensieri afflittivi. Ho compreso che io sono la creatrice della mia vita (anche con i miei pensieri-emozioni-azioni) e ho deciso di prendere un impegno con me stessa! Ti consiglio il percorso sulla VISION BOARD con Chiara 🌷 Lei sa accompagnare con umanità, dolcezza e sostegno dando il giusto spazio ad ogni sacra vulnerabilità, per arrivare ad una direzione di vita che sia autentica, nutriente, liberatoria. 🌻 Se hai tanti desideri e ti senti confusa sulla direzione da prendere, il potere evocativo delle immagini ti riporta ai tuoi bisogni veri ed autentici, quelli del cuore 💜🤎 7 Days Ago Maria Se hai tanti desideri e ti senti confusa sulla direzione da prendere, il potere evocativo delle immagini ti riporta ai tuoi bisogni veri ed autentici, quelli del cuore. ☆ ☆ ☆ ☆ ☆ Ho partecipato al percorso per creare la vision board con Chiara ed è stato per me una rivelazione: impegno e creatività, in un continuo riportare a casa parti di me che tendevano a scappare o disperdersi nella routine del quotidiano 🙏. Ho una chiara visione del PRIMA: Un obiettivo e poche probabilità di realizzarlo, a causa di pensieri disfunzionale/afflittivi, poca fiducia nelle mie risorse e nella capacità della vita di sostenermi. ADESSO… Grazie al lavoro di focalizzazione nel quale Chiara mi
Nutri i tuoi demoni | La pratica dei 5 stadi per risolvere i conflitti interiori

L’azione di nutrire i tuoi demoni può risultare a prima vista contro intuitiva per la mente, se non addirittura controproducente e pericolosa. In realtà è l’atto più rivoluzionario e trasformativo che puoi fare nella tua vita. Prende origine da una pratica millenaria di origine tibetana chiamata Chöd, che è stata semplificata e riproposta in chiave occidentale da Lama Tsultrim Allione, una delle più importanti guide spirituale buddiste occidentali. In italiano è stato pubblicato il libro della Lama su questa pratica ed esistono corsi specifici per poterla praticare sotto la guida di insegnanti esperti che, vista la particolarità e profondità delle attività proposte, è quanto mai necessaria in questo caso. Cos’è la pratica di Nutri i tuoi demoni L’idea alla base di questa pratica è che più combattiamo i nostri demoni (depressione, ansia, malattia, paura, rabbia, relazioni difficili, disordini alimentari etc.) più questi diventano forti. La proposta alla base di Nutri i tuoi demoni è di cambiare completamente prospettiva. Per liberarci dei nostri demoni dobbiamo smettere di combatterli e fare esattamente il contrario: nutrirli finché non saranno completamente sfamati. A quel punto, l’energia bloccata del demone sarà libera di trasformarsi e diventare nostra alleata. i 5 stadi della pratica Come ogni pratica di meditazione, prima di entrare nel vivo di Nutri i tuoi demoni è necessario predisporsi interiormente a praticare. Trovare un luogo tranquillo dove si è sicuri di non essere disturbati, sedersi in una posizione comoda ma dignitosa, prendere alcuni respiri profondi, sono sempre dei validi consigli prima di iniziare. Primo stadio Il primo passo è quello di pensare a un tema su cui praticare il nutrimento dei demoni. Qualcuno di noi potrebbe voler praticare con l’ansia, la depressione, una relazione difficile o altro. Prendiamoci il tempo di individuare il ‘demone’ su cui vogliamo lavorare. Una volta scelto il nostro ‘demone’, prestiamo attenzione a quali sono le sensazioni fisiche che proviamo in presenza del demone. Dove si trova nel nostro corpo? Che forma ha? Ha un colore? Una consistenza? Qualora ci risultasse difficile individuarlo e descriverlo, possiamo ‘chiedere aiuto’ ad una situazione del passato in cui ne abbiamo sentito la presenza. secondo stadio È giunto il momento di personificare il demone di fronte a noi. Immaginiamo che il demone esca dal nostro corpo e prenda forma davanti a noi. Non dobbiamo sforzarci di creare nulla. Dobbiamo solo vedere che aspetto avrebbe il nostro demone se fosse un essere vivente con occhi, bocca, eventuali braccia, gambe… Notiamo la sua forma, il suo atteggiamento e le sensazioni che proviamo di fronte a esso. È importante che il demone abbia degli occhi in cui possiamo guardarlo nella sua autenticità e nel messaggio che ha per noi. Possiamo ora porgli queste tre domande: Cosa vuoi? Di cosa hai veramente bisogno? Come ti sentiresti se avessi quello di cui hai bisogno? Una volta poste le tre domande, ci spostiamo fisicamente al posto del demone per metterci nei suoi panni e poter dare le risposte che davvero darebbe lui e non risposte immaginarie sconnesse dal corpo. terzo stadio Una volta risposte alla domande dalla parte del demone e ripreso il nostro posto iniziale, è il momento del nutrimento vero e proprio del demone. Immaginiamo che il nostro corpo si sciolga a poco a poco e che diventi un nettare, un nettare che possiede la qualità di cui ha bisogno davvero il demone (la risposta alla domanda 3, per intenderci). Forse il nettare si trova in un contenitore, forse no. Non importa. Qualsiasi cosa sia venuta a noi, quella andrà bene. Lasciamo che il demone si nutra completamente del nostro corpo e osserviamo dall’alto, dalla nostra ‘forma inconsistente’ quello che avviene. QUARTO STADIO Il demone, a poco a poco, viene sfamato. Lasciamogli tutto il tempo che serve affinché ciò avvenga. Forse, a mano a mano che si sazia, il demone si sta trasformando in qualcos’altro, forse no. In entrambi i casi, al termine del nutrimento del demone, se non c’è nessun’altra figura di fronte a noi, possiamo invocarla e chiamare l’alleato. Se l’alleato arriva di fronte a noi, prendiamoci del tempo per osservarlo, per cogliere le nostre sensazioni nei suoi confronti e chiediamogli: Come puoi aiutarmi? Come puoi proteggermi? Cosa mi prometti? Come posso contattarti? Prendiamo poi fisicamente il posto dell’alleato di fronte a noi e rispondiamo alle domande dal suo punto di vista. quinto stadio Infine nel quinto e ultimo stadio, una volta tornati alla nostra posizione originale, possiamo chiedere all’alleato di ‘entrare dentro di noi’, di prendere il posto del demone da cui si è trasformato e possiamo riposare nella consapevolezza di avere integrato questa nostra parte. Come probabilmente avrai notato, la pratica di nutrire i demoni è una pratica trasformativa e potente, ma anche molto complessa. È altamente consigliato, soprattutto all’inizio, praticarla con una guida che possa, anche nel caso in cui dovessero emergere situazioni difficili da gestire interiormente, fornire il supporto necessario lungo tutta la pratica. Se sei interessat* a saperne di più, puoi scrivermi qui: info@chiaradeservi.com per fissare un incontro conoscitivo di 30 minuti. Ti aspetto, Se ti è piaciuta questa pratica, forse potresti essere interessato anche a quella del Focusing, che potrà aiutarti a riconoscere le tue sensazioni ed emozioni nel corpo, a diventarne consapevole e ad accoglierle.
Cos’è la Mindfulness e come iniziare a praticarla

Negli ultimi anni il termine Mindfulness è stato utilizzato nei contesti più svariati spesso non menzionando le fonti da cui proviene. La Mindfulness è infatti una pratica che trae origine da insegnamenti antichissimi della filosofia buddista. In cosa consiste esattamente? La presenza mentale del respiro, monaci, coltivata e regolarmente praticata, è di gran frutto e di gran beneficio. La presenza mentale del respiro, coltivata e regolarmente praticata, porta a compimento i quattro fondamenti della presenza mentale; i quattro fondamenti della presenza mentale, coltivati e regolarmente praticati, portano a compimento i sette fattori del risveglio; i sette fattori del risveglio, coltivati e regolarmente praticati, portano a compimento la saggezza e la liberazione. E in che modo coltivata e regolarmente praticata, la presenza mentale del respiro è di gran frutto e beneficio? Quanto a questo, monaci, un monaco, recatosi nella foresta, ai piedi di un albero o in un luogo deserto, siede con le gambe incrociate, mantiene il corpo eretto e l’attenzione vigile. Consapevole inspira, consapevole espira. Anapanasati Sutta Le parole del Buddha rivolte ai suoi monaci spiegano che la presenza mentale è coltivata attraverso la consapevolezza del respiro, e. questo porta poi all’illuminazione. Inspirare ed espirare consapevolmente può sembrare molto semplice, ma chi ha già iniziato a meditare sa che non lo è affatto. Avere un atteggiamento mindful ed essere consapevoli di tutto quello che succede dentro e fuori di noi è la condizione naturale di una coscienza illuminata. Tuttavia, a causa della natura della nostra mente che è identificata con i tre veleni di ignoranza, attaccamento e avversione, restare davvero nel momento presente ed essere intenzionali e non giudicanti è quanto di più difficile possa esserci. Come iniziare a praticare mindfulness Innanzitutto bisogna fare un po’ di chiarezza. La Mindfulness, infatti, è costituita da differenti tipi di pratiche con l’unico scopo di permetterci di diventare più consapevoli. Tradizionalmente queste pratiche si dividono in: Formali e Informali Per pratica formale si intende, ad esempio, la meditazione seduta vera e propria, la meditazione camminata, il Body Scan. Per pratica informale, invece, si intende per esempio il Mindful Eating (consapevolezza mentre mangiamo) o l’attenzione all’utilizzo dei cinque sensi quando si compie qualsiasi azione quotidiana (dall’aprire una porta al parlare con qualcuno). Vista questa varietà di pratiche, se una persona non ha mai praticato Mindfulness nella vita, da dove è opportuno che cominci? Ritengo che la meditazione seduta sia il punto di partenza migliore (anche se, forse, il più difficile) per iniziare a praticare. Perché? Perché quando siamo seduti, soli con noi stessi, a occhi chiusi, e ci poniamo in ascolto del nostro respiro, ci diamo la possibilità di far emergere alla coscienza tutto quello che c’è (e ha bisogno di essere visto). Contrariamente a quanto si pensa, la Mindfulness può essere tutto fuorché rilassante. Non è detto che i pensieri che affollano la nostra mente siano belli, sereni e riposanti. Anzi, spesso ciò che emerge non è quello che ci aspetteremmo e neanche che vorremmo. Ma è proprio in questo che la meditazione seduta è una vera palestra. È grazie a essa che impariamo ad accogliere quello che c’è dentro e fuori di noi e a starci, senza volerlo cambiare. Inizia in piccolo Il mio consiglio, se non hai mai praticato Mindfulness, è di cominciare a piccoli passi. Non puoi decidere, di punto in bianco, se non hai mai meditato, di restare seduto in meditazione per 30 minuti. Quasi sicuramente non ci riuscirai e l’unico effetto che otterrai è di essere frustrato e non avere più voglia di riprovarci. Comincia, invece, con 5 minuti. È un tempo sufficiente, all’inizio, per farti ‘assaporare’ questa pratica e farti venire voglia di incrementare a poco a poco, felice e consapevole dei benefici che puoi ottenere. Cosa posso fare per te Sono una Mindfulness Counselor e uno dei miei obiettivi è facilitare la consapevolezza nelle persone come te, desiderose di avvicinarsi a questa pratica e diventare più consapevoli e serene. Organizzo Corsi di gruppo e in azienda ma anche percorsi individuali in cui utilizzo un approccio unico (sulla base delle esigenze e situazioni individuali) unendo tecniche metodologie che ho appreso nel tempo: dalla Mindfulness appunto, al Focusing, ad altre pratiche anche di antica origine orientale come Nutri i tuoi Demoni. Se sei interessato a conoscermi meglio, puoi fissare un primo incontro conoscitivo On Line di 15 minuti senza impegno. Puoi scrivermi qui: info@chiaradeservi.com Ti aspetto, Chiara
Focusing: come sciogliere i blocchi emotivi con l’ascolto del corpo

È possibile imparare ad ascoltare il proprio corpo e ad accogliere le emozioni bloccate che ci impediscono di vivere bene e in piena consapevolezza? Sì, il Focusing ti insegna proprio a fare questo. Cosa significa la parola Focusing? Il termine Focusing deriva dall’inglese e ha il significato di ‘mettere a fuoco’. Ed è proprio ‘mettendo a fuoco’ cosa richiede la nostra attenzione all’interno del corpo, in un determinato momento, che riusciamo a percepire (e, a poco a poco, a sciogliere) le emozioni bloccate. In particolare, grazie all’aiuto del Focusing Trainer, durante la seduta di Focusing, il praticante viene condotto a esplorare un particolare vissuto per cui si è rivolto allo specialista. E, proprio ponendosi in ascolto, con atteggiamento non giudicante, delle proprie sensazioni fisiche, si riesce a percepire qualcosa di cui, magari, non ci eravamo mai accorti. Ed è così che scopriamo che, nei momenti di ansia, il nostro stomaco si contrae, oppure, quando siamo arrabbiati la nostra mascella si stringe. A mano a mano che diventiamo consapevoli di questi automatismi, possiamo renderci conto di quello che succede anche al di fuori della seduta stessa. In qualsiasi momento della nostra vita quotidiana, infatti, possiamo ritrovarci a vivere qualcuna delle sensazioni sperimentate nella nostra ‘palestra’ di Focusing e accoglierle come un segnale importante. Il Focusing ci aiuta a re-integrare (o a integrare) mente e corpo che, troppo spesso, teniamo separati dimenticandoci di essere tutt’uno e restando troppo spesso, all’interno della nostra testa. Le origini Il Focusing nasce negli anni ’60 da un’idea di Eugene Gendlin, filosofo e Professore alla Chicago University. Allievo di Carl Rogers, fondatore della psicologia umanistica non direttiva, Gendlin utilizza le sue intuizioni per elaborare e mettere in pratica sui pazienti la tecnica del Focusing. Secondo Gendlin esistono alcune persone che hanno una capacità innata di percepire i segnali del proprio corpo. Questi ‘natural focuser’, dalla sua stessa definizione, godono del privilegio di ottenere miglioramenti, in breve tempo, anche nelle terapie psicologiche. Anche se non siamo dei natural focuser, però, possiamo imparare ad ascoltare il nostro corpo e ad accogliere quello che ci comunica grazie all’aiuto, spesso fondamentale, almeno inizialmente, di un Focusing Trainer. La capacità di cogliere i propri segnali corporei interni innesca un processo di trasformazione dell’esperienza e i ‘blocchi’ che, talvolta, emergono durante le sessioni di pratica, lentamente si sciolgono. Il paziente inizia così a percepire le proprie risorse interne e mette in moto alcune strategie che portano poi, se non alla soluzione definitiva del problema, alla diminuzione della sua intensità. Chi è il Focusing Trainer? Il Focusing Trainer è uno specialista con una formazione certificata in Focusing che, durante la sessione, ti guida attraverso esercizi di ascolto e consapevolezza di corpo, mente ed emozioni. Soprattutto nelle fasi iniziali, di fronte a un problema o a una difficoltà, è essenziale rivolgersi a un focusing trainer. L’esperto aiuta il focuser a comprendere meglio la natura stessa della situazione e insegna ad accoglierne i diversi aspetti per avviare un processo di cambiamento. Facilita, inoltre, l’attivazione delle proprie risorse interne affinché la nuova dinamica risulti efficace e duratura. Il ‘felt sense’ Per Gendlin, la chiave intorno alla quale ruota l’intero processo di Focusing è il “felt sense”: una sensazione corporea ricca, complessa e significativa che è possibile sperimentare in relazione a una tematica rilevante della propria vita. La sensazione sentita è un’esperienza fisica che si presenta inizialmente vaga, indefinita e difficile da decifrare ma attraverso il processo di Focusing può essere riconosciuta e acquisire un’identità. Nel momento in cui la sensazione sentita viene riconosciuta e identificata, si verifica un’attivazione corporea che innesca una reazione, dando origine ad alcuni successivi cambiamenti che possono manifestarsi concretamente in sensazioni di sollievo, liberazione, calore, leggerezza e benessere interiore. Le tecniche di Focusing ruotano intorno a quella che da Gendlin è chiamata ‘felt-sense’, cioè la ‘sensazione sentita’. Si tratta di una sensazione intensa e molto significativa che il paziente sente in relazione ad un tema importante della propria vita. All’inizio, questa sensazione è spesso percepita in modo confuso. Poi, con l’aiuto del trainer, la sensazione diventa chiara ed evidente. Nel momento in cui la sensazione viene ‘vista’ in modo chiaro e accolta, si innescano alcune reazioni che danno poi vita al cambiamento. Le 6 fasi del processo di focusing Nel 1978, Gendlin pubblicò un libro intitolato ‘Focusing’ in cui spiegava chiaramente la sua teoria e avanzava l’ipotesi che tutti potessero apprendere quest’abilità e diventare dei ‘focuser’. A tale fine, Gendlin elaborò un vero e proprio procedimento in 6 fasi per condurre il paziente a riconoscere il ‘felt sense’. Grazie a quest’elaborazione, riuscì a portare il Focusing al di fuori dell’ambito clinico e a diffondere la pratica in diversi contesti. Fase 1: la creazione di uno spazio In questa fase, il focusing trainer crea le condizioni adatte per la pratica. Si predispone un’atmosfera rilassata e silenziosa che favorisca la concentrazione verso il proprio interno. In questa fase, spesso, il focusing trainer pone domande quali, ad esempio: ‘Cosa ti preoccupa in questo momento?’, ‘Cosa è importante per te?’, ‘Cosa senti adesso?’ Quando emerge una sensazione, il focuser viene invitato a non identificarsi con essa e ad accoglierla per quello che è in modo non giudicante. fase 2: il ‘felt-sense’ Quando ci focalizziamo su una problema o una questione importante per noi, il corpo rimanda sempre un segnale ad essa relativo. È importante ‘vedere’ questa sensazione e porsi in atteggiamento di ascolto, senza perdersi in considerazioni o analisi. Spesso, la sensazione inizialmente è vaga. Ma, quando si inizia a focalizzarsi sul punto in cui essa si manifesta, a poco a poco diventa più nitida e noi ne diventiamo più consapevoli. fase 3: la simbolizzazione A questo punto, è anche possibile lasciare emergere una frase, una parola, un’immagine che sia per noi significativa e ci consenta di esprimere il nostro ‘felt-sense’ nel modo più adeguato. fase 4: la risonanza In questa fase è possibile cogliere la ‘risonanza’ tra la sensazione sentita e il simbolo scelto per individuarla. Quando si riesce a percepire la perfetta coincidenza tra